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Tiziano Terzani - il viaggio che nessuno può fare al posto tuo

Cominciamo con una domanda scomoda che nessuno vorrebbe porsi.
Che cosa dovrebbe accadere perché una persona cambi per davvero?
È una domanda semplice soltanto in apparenza.
Tutti cambiamo qualcosa nel corso della vita.
Cambiamo casa, lavoro, abitudini, amicizie, opinioni.
Il tempo modifica il nostro volto, il nostro corpo, perfino il modo di parlare.
Eppure sotto quella continua successione di trasformazioni rimane spesso intatto il nucleo più profondo della nostra esistenza.
Continuiamo ad inseguire gli stessi desideri, a ripetere gli stessi errori, a rimandare le stesse decisioni.
Viviamo come se ci fosse sempre un domani più adatto per iniziare a vivere per davvero.
La filosofia ha riconosciuto molto presto questo paradosso.
Socrate invitava gli ateniesi ad interrogare la propria vita prima che fosse troppo tardi.
Gli stoici ricordavano ogni giorno la fragilità dell'esistenza.
Le grandi tradizioni spirituali dell'Oriente e dell'Occidente hanno formulato, con linguaggi diversi, una medesima intuizione.
[…] Non perché sia incapace di pensare, ma perché la consuetudine gli offre l'illusione che tutto possa continuare indefinitamente.
Per quale motivo, allora, certe persone cambiano radicalmente?
Perché, dopo un evento decisivo, ciò che appariva importante perde improvvisamente valore, mentre dettagli fino a quel momento trascurati acquistano un significato nuovo?
Molto spesso non è una scelta volontaria a provocare questa svolta.
È un avvenimento che interrompe il corso ordinario della vita.
Una perdita, un fallimento, una separazione, una malattia.
Non perché il dolore possieda una virtù magica o redentrice, ma perché infrange l'immagine rassicurante che avevamo costruito di noi stessi e del mondo.
Tiziano Terzani appartiene a questa categoria di testimoni.
Per decenni aveva attraversato guerre, rivoluzioni e continenti raccontando la storia degli altri.
Poi, improvvisamente, la storia da raccontare divenne la sua.
La diagnosi di un tumore lo costrinse ad intraprendere il viaggio più difficile della sua vita.
Un viaggio che non aveva come destinazione un luogo della terra, ma una strada antica quanto l'uomo.
Che cosa significa vivere veramente?

Quando scopriamo di non essere immortali

Per molti anni Tiziano Terzani aveva raccontato la morte da osservatore.
Aveva attraversato il Vietnam, la Cambogia, la Cina, il Giappone, l'India.
Aveva visto città bombardate, rivoluzioni, carestie, dittature, uomini uccidersi in nome di un'idea o di una bandiera.
La morte era stata una presenza costante del suo mestiere, ma sempre collocata fuori di lui.
Apparteneva agli altri.
Era un fatto da descrivere, da comprendere, da testimoniare.
Poi, nell'estate del 1997, tutto cambia.
Durante un controllo medico a New York emerge un tumore.
Da quel momento il grande inviato di guerra smette di osservare la fragilità umana dall'esterno e ne diventa protagonista.
È l'inizio del racconto di Un altro giro di giostra, ma soprattutto è l'inizio di una riflessione che riguarda ogni essere umano.
Fra le pagine più intense del libro ve n'è una di straordinaria sobrietà.
Dopo la diagnosi, ricoverato a Bologna, Terzani scrive: "Passai ancora una notte in ospedale, da solo, a riflettere.
Pensai a quanti altri prima di me in quelle stesse stanze avevano avuto simili notizie e trovai quella compagnia in qualche modo incoraggiante.
Ero a Bologna."
Colpisce l'assenza di ogni enfasi.
Non c'è ribellione, non c'è disperazione teatrale.
Esiste soltanto il silenzio di una notte e una scoperta inattesa.
La sofferenza che sembrava isolarlo dal mondo lo unisce improvvisamente ad una moltitudine invisibile.
Quelle stanze sono state abitate da migliaia di uomini e di donne che hanno ricevuto la stessa notizia, hanno provato lo stesso smarrimento, hanno formulato le stesse domande.
La malattia dissolve una delle illusioni più profonde della nostra coscienza: l'idea di essere un'eccezione.
Finché la salute ci accompagna viviamo come se la precarietà riguardasse gli altri.
Leggiamo i necrologi, ascoltiamo le cronache, partecipiamo ai funerali, ma continuiamo ad immaginare la nostra vita proiettata in un futuro indefinito.
Non formuliamo esplicitamente questo pensiero, lo incarniamo nelle nostre abitudini.
Rimandiamo incontri, riconciliazioni, passioni, progetti, persuasi che il tempo sia una riserva pressoché inesauribile.
La diagnosi rompe questa ipnosi, non introduce la precarietà nella nostra esistenza, la rende semplicemente evidente.
L'uomo era mortale anche il giorno precedente, soltanto non lo sapeva davvero.
Pochi filosofi hanno espresso questa verità con la lucidità di Seneca.
Nelle lettere a Lucilio ritorna più volte sul medesimo tema.
Gli uomini si lamentano della brevità della vita, mentre il vero problema consiste nell'uso che ne fanno.
La vita non è necessariamente breve, siamo noi a disperderla in occupazioni vane, in desideri senza misura, in continue distrazioni.
Celebre è la sua affermazione: "Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus": non disponiamo di poco tempo, ma ne perdiamo molto (De brevitate vitae, 1, 3).
Seneca non invita a vivere nell'angoscia della morte.
Propone qualcosa di molto diverso: abitare ogni giorno con la consapevolezza della sua irripetibilità.
Ricordare la nostra finitudine non impoverisce la vita, le restituisce valore.
Soltanto ciò che può finire diventa prezioso.
La riflessione di Terzani sembra nascere dalla stessa sorgente.
La notte trascorsa nell'ospedale di Bologna non produce una teoria filosofica, ma un mutamento dello sguardo.
La morte smette di essere un evento remoto e diventa una presenza discreta, capace di illuminare diversamente ogni istante.
Da quella consapevolezza non nasce il pessimismo.
Nasce una domanda nuova: se il tempo non è infinito, quali sono le cose che meritano di essere vissute?
La risposta accompagnerà il viaggio raccontato in Un altro giro di giostra.
Prima ancora di cercare una cura per il corpo, Terzani comincia ad interrogarsi sulla qualità della propria esistenza.
La malattia non gli rivela la sua condizione di mortale: gli dimostra che aveva vissuto troppo a lungo come se non lo fosse.

La malattia dell'Occidente

Il viaggio che Tiziano Terzani intraprende dopo la diagnosi non ha una sola direzione.
Da un lato c'è il percorso concreto del malato che consulta oncologi, chirurghi, radiologi, guaritori, monaci, medici ayurvedici e maestri spirituali.
Dall'altro prende forma un itinerario meno visibile, l'osservazione critica della civiltà da cui proviene.
Il tumore diventa una lente attraverso la quale rileggere il modo di vivere dell'Occidente.
Terzani non mette mai sotto processo la medicina scientifica.
Vi si affida, si opera, segue le cure necessarie.
Sarebbe un grave fraintendimento trasformarlo in un sostenitore di terapie alternative contrapposte alla scienza.
Il bersaglio della sua riflessione è un altro.
L'idea che ogni problema umano possa essere risolto esclusivamente attraverso la tecnica e che il benessere materiale coincida automaticamente con una vita buona.
Scrive: "In qualche modo anche noi in Occidente cominciamo e col miraggio che più benessere vuol dire più felicità, investiamo tutte le nostre energie nel consumare come se la vita fosse un eterno banchetto romano in cui si mangia e si vomita per poter rimangiare."
L'immagine è volutamente brutale.
Non denuncia soltanto l'eccesso dei costumi.
Descrive una civiltà incapace di riconoscere il limite.
Il banchetto non conosce sazietà perché il desiderio non viene mai educato, viene continuamente alimentato.
Ogni soddisfazione dura il tempo necessario a generarne un'altra.
La promessa della felicità si sposta sempre un poco più avanti.
Terzani osserva questo meccanismo con gli occhi di chi ha ricevuto una diagnosi che cambia la prospettiva.
Davanti alla possibilità concreta della morte, appare improvvisamente evidente quanto tempo venga sacrificato per inseguire obiettivi che, messi alla prova dell'essenziale, perdono gran parte del loro fascino.
La malattia non crea questa sproporzione, la porta semplicemente alla luce.
L'analisi richiama da vicino una delle opere più importanti di Erich Fromm, "Avere o essere".
Lo psicanalista tedesco distingue due modi radicalmente diversi di abitare il mondo.
Nel primo, l'identità dipende da ciò che si possiede: beni, prestigio, successo, conoscenze, perfino relazioni.
Nel secondo, il valore della persona nasce dalla qualità della sua esperienza, dalla capacità di amare, comprendere, creare, partecipare pienamente alla vita.
Fromm scrive: "Se sono ciò che ho, e ciò che ho va perduto, chi sono io?"
È una domanda semplice, ma devastante.
Rivela la fragilità di un'identità costruita sull'accumulo.
Se tutto ciò che definisce la mia esistenza può essere sottratto da una crisi economica, da una malattia o dal semplice trascorrere degli anni, allora il fondamento della mia vita è estremamente precario.
Le pagine di Terzani sembrano offrire una risposta vissuta a quella domanda.
La malattia gli sottrae progressivamente molte certezze: la sicurezza del corpo, la possibilità di programmare il futuro, l'illusione del controllo.
Proprio questa perdita lo costringe ad interrogarsi su ciò che nessuna diagnosi può cancellare.
Il problema non diventa più conservare tutto ciò che possiede, ma scoprire ciò che rimane quando molte cose vengono meno.
Una trasformazione tanto profonda non riguarda soltanto il singolo individuo.
Coinvolge anche il modo in cui una società definisce il successo.
Una civiltà può diventare immensamente ricca e, nello stesso tempo, impoverire la propria interiorità.
Può moltiplicare le opportunità di consumo senza insegnare a distinguere l'essenziale dal superfluo.
Può allungare la durata media della vita senza aiutare gli uomini a comprenderne il significato.
Terzani non propone un rifiuto della modernità, né un nostalgico ritorno ad un passato idealizzato.
Formula una domanda molto più scomoda: se il progresso rende più comoda la nostra esistenza, rende anche più piena, più ricca la nostra vita?
La risposta non arriva sotto forma di teoria.
Comincia a maturare dentro la sua esperienza.
Più il viaggio procede, più diventa evidente che la guarigione non dipende soltanto dall'efficienza delle cure ricevute.
Esiste una forma di salute che nessuna tecnologia può produrre e nessun mercato può acquistare: quella di un'esistenza riconciliata con il proprio limite, capace di distinguere ciò che serve per vivere da ciò che serve soltanto per continuare a consumare.

Il viaggio più difficile è quello verso se stessi

Per gran parte della sua vita Tiziano Terzani aveva cercato di comprendere il mondo attraversandolo.
Aveva imparato lingue, vissuto in paesi lontani, osservato culture diversissime, raccontato rivoluzioni e trasformazioni storiche.
Il viaggio rappresentava il suo mestiere e, insieme, il suo modo di conoscere.
Muoversi significava imparare.
La malattia introduce una domanda inattesa.
È davvero possibile trovare fuori ciò che manca dentro?
La ricerca di una cura conduce Terzani dall'America all'India, dalla Cina al Tibet, dagli ospedali occidentali ai monasteri buddisti, dai laboratori più avanzati ai villaggi più remoti.
Ogni incontro arricchisce il suo sguardo, ma lentamente affiora una consapevolezza destinata a cambiare il senso stesso del viaggio.
Scrive una delle frasi più celebri di "Un altro giro di giostra": "Ciò che è fuori è anche dentro e ciò che non è dentro non è da nessuna parte.
Per questo viaggiare non serve.
Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori".
Sono parole sorprendenti, proprio perché pronunciate da uno dei più grandi viaggiatori del Novecento.
Non costituiscono una condanna del viaggio in sé.
Nessuno meglio di Terzani sapeva quanto l'incontro con altre culture possa allargare gli orizzonti.
Il bersaglio della sua riflessione è un'altra illusione: credere che il cambiamento dipenda esclusivamente dalle circostanze esterne.
L'uomo contemporaneo tende a proiettare la felicità in un luogo diverso da quello in cui si trova.
Immagina che una nuova città, un nuovo lavoro, una nuova relazione o un nuovo successo possano finalmente offrirgli quella pace che continua a sfuggirgli.
Quando l'entusiasmo iniziale si attenua, ricomincia la ricerca di un altro altrove.
Cambiano gli scenari, ma il viaggiatore resta sostanzialmente identico a se stesso.
Terzani comprende che nessun paesaggio, per quanto straordinario, può sostituire il lavoro interiore.
L'Asia gli aveva insegnato moltissimo, ma non poteva compiere al suo posto il cammino della consapevolezza.
Esiste una soglia che nessun maestro, nessuna tecnica e nessun luogo possono oltrepassare al posto nostro.
Una riflessione analoga attraversa una delle pagine più celebri di Sant'Agostino.
Nelle Confessioni troviamo un invito che ha segnato un'intera tradizione filosofica occidentale: "Noli foras ire, in te ipsum redi; in interiore homine habitat veritas": "Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell'uomo interiore abita la verità".
Agostino non invita a chiudersi nel proprio io, né a disprezzare il mondo.
La sua critica riguarda l'esteriorità vissuta come dispersione.
L'essere umano può attraversare continenti, accumulare esperienze e conoscenze, costruire una brillante carriera, senza mai sostare davanti alle domande fondamentali: "Io chi sono?"
"Che cosa desidero veramente?"
"Che cosa rende una vita degna?"
È difficile non cogliere una consonanza profonda con l'intuizione di Terzani.
I due uomini appartengono ad epoche, culture e tradizioni religiose molto diverse.
Agostino giunge all'interiorità attraverso il cristianesimo.
Terzani dialoga con il buddismo, il taoismo e la spiritualità.
Il punto d'incontro non riguarda le risposte, ma la direzione della ricerca.
Entrambi scoprono che il centro della vita non coincide con ciò che possediamo, né con i luoghi che attraversiamo, ma con la qualità dello sguardo con cui li abitiamo.
La malattia accelera questa presa di coscienza.
Quando il futuro diventa incerto, molte occupazioni perdono improvvisamente la loro importanza.
Rimane il rapporto con se stessi, il silenzio.
Rimane la domanda sul senso dell'esistenza.
Nessuno può eluderla per sempre.
Terzani non rinuncia a viaggiare.
Continua a spostarsi, ad incontrare persone, ad osservare il mondo.
Cambia però il significato del movimento.
Il viaggio non serve più a riempire un vuoto interiore, ma ad esprimere una ricerca già iniziata dentro di sé.
Il mondo esterno diventa uno specchio, non un rifugio.
È probabilmente questa la svolta più profonda raccontata in "Un altro giro di giostra".
Il grande reporter che aveva percorso il pianeta alla ricerca delle storie degli altri scopre che il continente più difficile da esplorare coincide con la propria coscienza.
Nessuna carta geografica può orientare quel cammino.
Nessun aereo può abbreviarne la distanza.
L'unico viaggio davvero decisivo è quello che conduce l'uomo a diventare finalmente presente a se stesso.

Abbiamo dimenticato come abitare il mondo

Una delle trasformazioni più profonde raccontate da Tiziano Terzani non riguarda il modo di pensare, ma il modo di guardare.
La malattia modifica lentamente il suo rapporto con il tempo.
Per molti anni la sua esistenza era stata scandita da aeroporti, appuntamenti, conferenze stampa, guerre da raccontare, articoli da consegnare.
Il movimento era diventato una seconda natura.
Fermarsi sembrava quasi una perdita di tempo.
L'esperienza della malattia impone invece una sospensione.
Il corpo rallenta, le giornate assumono un ritmo diverso, l'attenzione si sposta su particolari che prima rimanevano invisibili.
Non si tratta di una conquista romantica della lentezza, è una necessità imposta dalla vita.
Soltanto in seguito Terzani comprenderà che quella costrizione custodiva anche un insegnamento.
Fra le pagine più poetiche del libro troviamo questa riflessione: "Non sentiamo più la natura, non la prendiamo sul serio, non la usiamo più come maestro.
Eppure è lì, un grande museo senza orari e senza guardiani, un'università aperta a tutti, con lezioni ad ogni ora del giorno e della notte."
L'immagine è di una straordinaria semplicità.
La natura non viene presentata come un rifugio sentimentale, né come un luogo di evasione.
È una maestra silenziosa, sempre disponibile, che continua ad insegnare anche quando nessuno l'ascolta.
Non richiede iscrizioni, titoli di studio o particolari competenze.
Domanda soltanto attenzione.
La civiltà contemporanea sembra avere progressivamente smarrito questa capacità di ascolto.
Conosciamo il prezzo di quasi ogni cosa, ma fatichiamo a riconoscerne il valore.
Misuriamo il tempo con estrema precisione, ma raramente lo abitiamo.
Viviamo circondati da informazioni e stimoli continui, mentre il silenzio viene percepito come un vuoto da riempire, anziché come uno spazio da custodire.
Terzani comprende che il problema non consiste nella tecnologia in sé, ma nel rapporto che instauriamo con essa.
Ogni strumento può ampliare le nostre possibilità oppure occupare interamente il nostro orizzonte.
Quando ogni istante deve essere riempito da un'attività, il mondo smette di parlarci.
Rimane soltanto il rumore di fondo delle nostre occupazioni.
Un pensiero sorprendentemente vicino si incontra nel Tao Te Ching, attribuito a Lao Tzu.
Il sapiente cinese osserva che la natura non ha fretta e, tuttavia, ogni cosa giunge a compimento.
L'acqua non vince la roccia con la forza, ma con la continuità.
Gli alberi crescono senza impazienza.
Le stagioni non anticipano il proprio corso.
L'ordine del mondo nasce dall'armonia, non dall'accelerazione.
Terzani ritrova questa sapienza non tanto nei libri, quanto nell'esperienza diretta.
Impara nuovamente ad osservare un'alba, a seguire il mutare della luce, a percepire il respiro degli alberi, il canto degli uccelli, il ritmo del proprio corpo.
Oggetti che sembravano insignificanti acquistano una densità nuova.
La realtà, privata della fretta, torna a mostrarsi nella sua ricchezza.
Un'altra osservazione contenuta nel libro esprime magnificamente questa scoperta: "Questo è un altro aspetto rasserenante della natura, la sua immensa bellezza è lì per tutti.
Nessuno può pensare di portarsi a casa un'alba o un tramonto."
L'affermazione contiene una critica implicita alla logica del possesso.
Le esperienze più preziose non possono essere acquistate, accumulate o trattenute.
Possono soltanto essere vissute.
Un tramonto appartiene a chi lo contempla, ma nello stesso istante continua ad appartenere a tutti.
La sua bellezza nasce proprio dall'impossibilità di trasformarla in proprietà.
La malattia conduce Terzani a questa forma di povertà feconda.
Privato di molte sicurezze, scopre una ricchezza che non dipende dall'avere, ma dalla presenza.
L'arte di abitare il mondo coincide allora con la capacità di rallentare, osservare e lasciarsi istruire da ciò che, fino al giorno prima, sembrava troppo ordinario per meritare attenzione.
Forse la natura non ha mai smesso di insegnare.
Siamo stati noi a dimenticare come si ascolta la sua lezione.

Quando il dolore diventa maestro

Fra tutte le pagine di "Un altro giro di giostra", questa è probabilmente la più delicata.
Basta una lettura superficiale per fraintendere il pensiero di Tiziano Terzani.
Qualcuno potrebbe credere che egli attribuisca alla malattia un valore positivo in sé, quasi fosse un dono da desiderare.
Nulla sarebbe più lontano da ciò che realmente scrive.
Terzani non idealizza il dolore, non glorifica il cancro, non suggerisce di rinunciare alle cure: si sottopone agli interventi chirurgici, affronta le terapie, consulta medici di orientamenti diversi, sperimenta strade alternative, senza mai trasformarle in una contrapposizione ideologica alla medicina occidentale.
La sua domanda non riguarda il valore della malattia, ma il modo in cui un essere umano può attraversarla.
La svolta emerge progressivamente nel corso del libro.
Curare il corpo rimane necessario, ma non basta.
Esiste un'altra forma di guarigione, meno evidente e più difficile da descrivere, che riguarda il rapporto con la propria esistenza.
Terzani scrive: "Curarsi non vuol dire ingoiare una pillola ogni sei ore.
Curarsi è prevenire le malattie, vivendo una vita in cui il corpo è in armonia e la mente è in pace".
Non si tratta di una definizione medica della salute.
È una definizione esistenziale.
La malattia diventa l'occasione per interrogarsi su uno squilibrio che spesso precede la comparsa dei sintomi.
Una vita dominata dall'ansia, dalla competizione continua, dalla fretta, dalla perdita di senso, produce inevitabilmente una frattura interiore.
Nessuna pillola può ricomporla da sola.
Questo modo di guardare alla sofferenza trova un interlocutore straordinario in Viktor Frankl.
Deportato nei campi di concentramento nazisti, Frankl sperimentò una forma di dolore infinitamente diversa da quella raccontata da Terzani.
Proprio per questo il dialogo tra i due risulta tanto significativo.
Nessuno dei due attribuisce alla sofferenza un valore salvifico.
Entrambi rifiutano l'idea che il dolore, di per sé, renda migliori.
Frankl lo afferma con grande chiarezza: "Se una sofferenza può essere evitata, il nostro dovere è eliminarla.
Se invece non può essere evitata, rimane ancora una libertà che nessuno può sottrarci: decidere quale atteggiamento assumere nei suoi confronti".
È questa la grande intuizione condivisa da Frankl e da Terzani: l'uomo non controlla tutto ciò che gli accade, può però scegliere il significato che attribuisce a ciò che vive.
Due persone possono attraversare la stessa prova e uscirne profondamente diverse.
Una ne sarà distrutta, l'altra ne ricaverà una maggiore consapevolezza.
La differenza non dipende dalla gravità dell'evento, ma dalla qualità della risposta.
Terzani scopre lentamente che la malattia gli sta sottraendo molte cose, ma gliene sta anche restituendo altre.
Gli restituisce il tempo dell'ascolto, la capacità di stupirsi, relazioni umane vissute con maggiore autenticità.
Gli restituisce, soprattutto, il coraggio di distinguere ciò che conta davvero da ciò che occupava inutilmente la sua vita.
Il dolore, allora, assume il volto severo di un maestro.
Non perché insegni attraverso la sofferenza, ma perché costringe a formulare domande che la comodità abituale tende a rinviare indefinitamente.
Finché tutto procede secondo i nostri progetti, è facile evitare l'essenziale.
Quando quei progetti si incrinano, diventa molto più difficile continuare a vivere in superficie.
La lezione di Terzani conserva una straordinaria attualità.
Anche chi non ha conosciuto una malattia grave sperimenta inevitabilmente momenti di crisi: un lutto, una delusione, la perdita del lavoro, la fine di un amore, il fallimento di un progetto.
Ogni volta la domanda ritorna identica: "Questa esperienza mi renderà soltanto più amaro, o anche più consapevole?"
Non esiste una risposta valida per tutti.
Esiste però una possibilità che Terzani ci consegna con grande umiltà: la sofferenza non è mai l'ultima parola.
Può diventare l'inizio di un modo nuovo di abitare la vita, purché non ci limitiamo a domandare: "Perché è successo proprio a me?"
Ma troviamo il coraggio di chiedere: "Che cosa questa prova mi sta insegnando su me stesso e sul modo in cui ho vissuto finora?"
È in quella domanda che il dolore, senza perdere la sua durezza, cessa di essere soltanto una ferita e può trasformarsi in una possibilità di crescita.

La vera guarigione

Alla fine di Un altro giro di giostra, il lettore comprende che il viaggio di Tiziano Terzani non si è concluso con una vittoria sulla malattia.
Sarebbe una lettura profondamente fuorviante.
Il tumore non scompare, come nelle narrazioni edificanti che promettono un lieto fine.
La fragilità del corpo rimane, la prospettiva della morte continua ad accompagnarlo.
Eppure qualcosa è realmente guarito.
Non il corpo, lo sguardo.
Terzani non è più l'uomo che misura il valore delle giornate dalla quantità di cose fatte, di luoghi visitati, di impegni portati a termine.
La malattia gli ha imposto una domanda che aveva rimandato troppo a lungo.
Che cosa significa vivere bene?
La risposta non assume mai la forma di una teoria filosofica.
Si manifesta piuttosto come un modo nuovo di abitare ogni giorno.
Scrive: […] L'espressione che dà il titolo al libro acquista finalmente il suo significato pieno.
La giostra rappresenta la vita, con il suo movimento incessante, la sua precarietà, la sua imprevedibilità.
Nessuno può decidere quanto durerà il viaggio.
Nessuno sa quando il giro terminerà.
Rimane soltanto una possibilità: scegliere come vivere il tempo che ci è concesso.
Terzani racconta questa intuizione con un'altra immagine, semplice e profondissima: "Mi parve che tutta la mia vita fosse stata come su una giostra.
Bene: ora passava il controllore.
Pagavo il dovuto e, se mi andava bene, magari riuscivo anche a fare un altro giro di giostra."
È difficile immaginare una metafora più efficace della condizione umana.
Tutti saliamo sulla stessa giostra, senza sapere quanto durerà la corsa.
Per anni ci comportiamo come se il biglietto fosse illimitato.
Programmiamo il futuro, rimandiamo ciò che conta, sprechiamo giornate intere in occupazioni che ci sembrano inutili.
Poi, improvvisamente, comprendiamo che ogni giro potrebbe essere l'ultimo.
La vera sapienza consiste forse nel vivere come chi ha appena ricevuto un altro biglietto, sapendo che non gli appartiene per sempre.
Durante questa lezione abbiamo incontrato Seneca, Fromm, Agostino, Lao Tzu e Viktor Frankl.
Ognuno, da prospettive diverse, ci ha ricordato una verità essenziale: la qualità della vita non dipende principalmente dalla quantità di tempo che possediamo, dalle ricchezze accumulate, dai luoghi attraversati o dall'assenza del dolore.
Dipende dalla profondità con cui abitiamo il presente.
Terzani arriva alla stessa conclusione, percorrendo una strada tutta sua.
Non parla come un filosofo di professione.
Parla come un uomo che ha visto la morte da vicino e che, proprio per questo, ha imparato a riconoscere il valore delle cose semplici: un'alba, un albero, una conversazione, il silenzio, il respiro, la presenza delle persone amate.
Tutto ciò che sembrava ordinario torna a rivelarsi straordinario.
La domanda iniziale della nostra riflessione può finalmente ricevere una risposta: che cosa dovrebbe accadere perché una persona cambi davvero?
Molti risponderanno: una malattia.
Un lutto.
Un fallimento.
Una tragedia.
Terzani suggerisce qualcosa di diverso: non è la sofferenza a trasformare automaticamente un essere umano.
Molti attraversano il dolore senza cambiare affatto.
La trasformazione nasce quando abbiamo il coraggio di lasciare cadere le illusioni con cui avevamo protetto la nostra esistenza.
L'illusione di avere sempre tempo.
L'illusione che il possesso renda felici.
Che la pace si trovi sempre altrove.
Che si possa vivere senza ascoltare il corpo, la natura e il silenzio.
L'illusione che la felicità coincida con l'assenza di ogni difficoltà.
La malattia ha costretto Terzani ad abbandonare queste illusioni.
Noi non siamo obbligati ad aspettare una diagnosi per fare lo stesso.
È forse questo il lascito più prezioso di Un altro giro di giostra.
Non insegna come evitare il dolore.
Né promette ricette per la felicità.
Invita a vivere con una consapevolezza nuova.
Riconoscendo che ogni giornata ricevuta è letteralmente un altro giro di giostra.
Ed è difficile immaginare una definizione più autentica della gratitudine.

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